Tutto nasce da una domanda che mi sono posta e che, a prima vista, potrebbe sembrare curiosa.
Se una persona cresciuta all'interno di una tradizione culturale completamente estranea all'iconografia occidentale osservasse un grande dipinto europeo, che cosa vedrebbe davvero? Riuscirebbe a coglierne la bellezza oppure gran parte del suo significato gli sfuggirebbe?
Questa semplice domanda apre una riflessione affascinante sul rapporto tra cervello, cultura ed esperienza estetica.
Il cervello non si limita a vedere.
Dal punto di vista delle neuroscienze, la percezione di un'opera d'arte nasce dall'interazione di due sistemi.
Da un lato esistono meccanismi percettivi ed emotivi condivisi da tutti gli esseri umani; dall'altro intervengono le conoscenze acquisite, la cultura, la memoria e il contesto sociale nel quale ciascuno cresce.
Quando osserviamo un dipinto, il cervello non registra semplicemente colori, forme e linee. Interpreta ciò che vede, richiama ricordi, riconosce simboli, attribuisce significati e costruisce una risposta emotiva.
Se però osservatore e artista appartengono a culture molto distanti, una parte importante di questo processo può venire meno.
Chi non conosce la tradizione cristiana, ad esempio, potrebbe non riconoscere il significato di una Madonna con il Bambino, di un'aureola o di una scena biblica. I riferimenti storici, religiosi e simbolici che per un osservatore occidentale risultano quasi immediati potrebbero rimanere invisibili.
Ciò non significa, tuttavia, che quell'opera sia priva di significato.
Esiste una bellezza universale?
Numerosi studi suggeriscono che il cervello umano risponde in modo relativamente universale ad alcuni stimoli biologicamente rilevanti: un volto che esprime gioia o dolore, una madre che protegge il proprio bambino, un paesaggio naturale, la luce, il contrasto tra ombra e luminosità, le posture del corpo e le espressioni del viso.
Sono elementi profondamente radicati nella nostra esperienza biologica e sociale e, proprio per questo, possono evocare emozioni anche in persone appartenenti a culture molto diverse.
Questa osservazione suggerisce una riflessione interessante.
Forse esiste una componente della bellezza che possiamo definire, almeno in parte, universale. Non perché tutti giudichino belle le stesse opere, ma perché alcune caratteristiche sembrano attivare risposte percettive ed emotive condivise dalla nostra specie.
Comprendere significa anche vedere.
Naturalmente questa universalità non esaurisce l'esperienza estetica.
Le neuroscienze mostrano infatti che emozione e cognizione sono profondamente intrecciate. Non esiste una netta separazione tra il "sentire" e il "capire".
Più comprendiamo un'opera, più il nostro cervello arricchisce la risposta emotiva. Le conoscenze pregresse non si limitano infatti ad aggiungere significati: influenzano anche il modo in cui il cervello organizza l'informazione visiva. In un certo senso, imparare a conoscere un'opera significa anche imparare a vederla.
L'esperienza estetica nasce quindi da un dialogo continuo tra percezione, emozione, memoria e pensiero.
L'arte contemporanea ha cambiato obiettivo?
Questa considerazione conduce inevitabilmente a una riflessione sull'arte contemporanea.
Una parte importante della produzione artistica degli ultimi decenni sembra aver progressivamente spostato il proprio centro d'interesse dalla rappresentazione del bello alla trasmissione di un'idea.
L'opera diventa spesso un dispositivo concettuale che invita lo spettatore a riflettere, a interrogarsi o a mettere in discussione convinzioni consolidate.
In questo caso la componente cognitiva assume un ruolo predominante. Per comprendere l'opera è spesso necessario conoscerne il contesto storico, sociale o politico, oppure l'intenzione dell'artista. Senza queste informazioni, il significato rischia di rimanere incompleto.
Anche sul piano emotivo emerge una differenza interessante.
Se molta arte della tradizione occidentale cercava l'armonia, l'equilibrio, la contemplazione o l'elevazione spirituale, molte esperienze artistiche contemporanee utilizzano invece come strumenti espressivi il disagio, lo spaesamento, la provocazione, il conflitto o persino il rifiuto.
Naturalmente non si tratta di una regola assoluta. Esistono numerosi artisti contemporanei capaci di suscitare meraviglia, empatia, poesia e senso del sublime. Allo stesso modo, anche l'arte del passato ha spesso rappresentato il dolore, la violenza e la sofferenza.
Appare tuttavia evidente come una parte rilevante dell'arte contemporanea abbia ridefinito il proprio obiettivo: non tanto offrire prioritariamente un'esperienza di bellezza, quanto stimolare una riflessione critica sul mondo.
Bellezza o trasformazione?
Forse, allora, la domanda non è se l'arte contemporanea sia bella oppure no.
La domanda è un'altra.
L'arte nasce per suscitare bellezza oppure per trasformare il nostro modo di vedere la realtà?
Le neuroscienze suggeriscono che entrambe le funzioni possono convivere. Il cervello umano si emoziona sia davanti all'armonia sia davanti alla sorpresa, al conflitto e alla complessità. La differenza sta nel tipo di esperienza che l'opera intende generare.
Forse la bellezza non appartiene soltanto all'opera né soltanto allo sguardo di chi osserva. Nasce dall'incontro tra una natura condivisa e una storia personale, tra ciò che tutti gli esseri umani percepiscono e ciò che ciascuna cultura insegna a vedere.
È in questo dialogo continuo tra biologia e cultura che continua a risiedere, ancora oggi, il mistero dell'esperienza estetica.